XENOFOBIA, ABIEZIONE E NORMOSI

TRA ETIMOLOGIA E SEMIOTICA

Com’è quasi retorico ricordare, la parola xenofobia è un composto di derivazione greca, congiunzione dell’aggettivo ξένοϚ, che significa straniero, oltre i confini, ospite, e ϕόβοϚ, che significa paura. E per comprendere la forza di contenuto veicolata da questo lemma, basti ricordare che ϕόβοϚ, non è solo un sostantivo che esprime un’emozione ancestrale, ma che per la sua forza, com’è classico delle culture antiche, diviene nel mito il nome di un dio, ΦόβοϚ, appunto, figlio di ῎Αρης, dio della guerra, e di Ἀφροδίτη, dea della bellezza, il cui fratello è Δεῖμος, il terrore.

Dunque, in questa accezione etimologica, la paura è figlia della guerra e della bellezza, sorella nello stesso tempo del terrore, e lo straniero non è solo colui che abita oltre il confine, ma l’ospite, del quale si deve avere cura, al quale si dovrebbe offrire riparo, nutrizione, riposo.

Per dirla in altre parole: se applichiamo il metodo di analisi semiotica al vocabolo xenofobia, se ne può rendere visibile il processo conflittuale sotteso a livello psichico e le sue implicanze a livello sociale.

Letteralmente la xenofobia è la paura dello straniero, ma il lemma ξένοϚ, ci ricorda che non è semplicemente uno straniero, qualcuno che non abita dentro i confini della casa, della città, ma qualcuno che è stato accolto nella nostra casa. Qualcuno, che pur arrivato da uno spazio altro, è ospite e, in quanto tale, entra nei confini intimi del mondo familiare, nel nostro spazio di appartenenza. Qualcuno che non ha invaso il nostro territorio, ma che noi riconosciamo e accogliamo con cura, e al quale consegniamo persino le chiavi di casa. È di questo straniero, quindi, che si sviluppa la paura, di un’ospite, che non sembra costituire nessun pericolo per i nostri confini familiari, ma che, anzi, li rende accoglienti (Bollas, 2015). E, in quest’analisi semiotica, anche la paura sembra avere un’accezione paradossale, perché figlia della guerra, che per antonomasia, si combatte proprio a difesa del proprio spazio territoriale e mai contro gli ospiti, gli amici, gli alleati. Tuttavia, e ancora più paradossalmente, la paura è anche figlia della bellezza, quasi a significare che si genera nel momento in cui si percepisce un’attrazione fortissima verso l’ospite che si è accolto, ma del quale, essendo anche straniero, non si riesce del tutto, non solo a comprenderne l’origine, ma a frenarne l’impatto estetico ed emotivo.

PROSPETTIVA INTRAPSICHICA

Letta in questa chiave simbolica, la xenofobia non può che rivelare la sua naturale origine conflittuale, e, dal punto di vista intrapsichico, rende particolarmente osservabile il processo di abiezione, irrigidito sul versante della proiezione. Lo straniero, infatti, in quanto ospite, richiama da una parte il concetto di alterità e dall’altra il concetto di intimità, il concetto di spazio familiare e il concetto di spazio alieno, il concetto di e di non-Sé (Kristeva, 1989).

Lo straniero, dunque, in qualsiasi forma questo si presenti, potrebbe rivelarsi l’occasione di ulteriore trasformazione del Sé, un oggetto trasformativo, per usare l’espressione di Bollas (2018), non minaccia all’identità individuale e sociale, ma occasione di trasformazione e sviluppo fluido della stessa identità. Tuttavia, il conflitto, generato da questa percepita abissale alterità può spingere l’Io a irrigidire il meccanismo della proiezione, per cui l’altro da sé perde le sue caratteristiche di appello, le sue possibilità evocative, viene reificato e diviene un mero oggetto su cui spostare il conflitto per regolarlo. E la paura mista a terrore spinge a combattere una guerra con tutto ciò che è divenuto oggetto fuori di sé e che è stato, a livello della coscienza, svuotato di quella forza libidico-pulsionale del Sé dalla quale si era originato (Kristeva, 1989).

PROSPETTIVA SOCIALE

Ma, se a livello individuale, dunque, la xenofobia manifesta un conflitto interno, in cui lo straniero non è che un ospite familiare che interpella l’individuo in quelle parti di sé che vorrebbe rimuovere o negare, a livello sociale la paura dello straniero si manifesta come un tentativo violento di isolare e segregare, nel corpo sociale, quelle parti della collettività che interrogano sui luoghi dell’umano che comporterebbero uno scossone alle tradizioni, alle identità locali, alla purezza e coerenza civile e culturale.

In un tentativo di conservare la sua monolitica e globale compattezza, il corpo sociale si difende, generando narrazioni in cui l’esclusione diventa la soluzione per la preservazione di un’identità forte. E la visione dicotomica, che separa nettamente l’Io dal Tu dello straniero, si insinua fino a diventare dilagante e inconsapevole, non attuata attraverso leggi scritte e ufficiali, ma attraverso discorsi informali, pratiche convenzionali, persino nelle chiacchiere leggere che pervadono qualsiasi tipo di comunicazione (Young, 2021). Infatti, una civiltà, che fondi la sua compattezza sulla forza della logica quantitativa di un arbitrario e pseudodemocratico consenso, non può che esporsi al pericolo di diffondere, per mantenere il senso di appartenenza globalizzato, giudizi perentori, retorici e generalizzanti che, anche quando coscientemente rifiutati, si infilano inconsciamente e informano forse un gioco, forse una battuta, forse un lapsus (Young, 2021).

Oggi, nella forma di pensiero libertario e fondato sui diritti umani, non trova luogo una logica per cui lo straniero va perseguito in quanto straniero, come avvenuto in alcune aberranti espressioni ideologiche della storia. Non trova luogo una politica organizzata intorno all’inferiorità umana, razziale e civile dei neri, che si è realizzata con l’Apartheid. Forse non trova luogo nemmeno così tanto la logica per cui gli omosessuali sono un abominio di natura, rivoltanti e ripugnanti perché ne rompono l’ordine prestabilito. Eppure, il linguaggio informale è pieno di gerghi che li riguardano, i vocaboli legati alle offese colme di rabbia verso un contendente ancora sono colmi di riferimenti agli zingari, agli ebrei, ai neri, agli omosessuali; e a questi riferimenti se ne aggiungono altri, a cui la nuova retorica pseudolibertaria dà la spalla, e spesso afferenti ai nuovi stranieri, agli immigrati, ai senzatetto, che la nuova politica globalizzata incrementa e rende anche inconsciamente di moda (Young, 2021).

Non farsi sorprendere da questa logica, appiattirsi sull’uso inconsapevole e sintomatico di un linguaggio informale, pur in un rifiuto formale di ogni ideologia separatista dell’umano, significa essere stretti nella morsa della tendenza normotica, che per definizione non solo svuota di contenuto emotivo il proprio vissuto, ma lo assesta in un’aderenza rigida e normativa al contesto. E così l’individuo non è in grado di integrare mai pienamente l’alterità e accoglierla come un’ospite nel proprio spazio familiare, che interroga e trasforma anche la propria identità (Bollas, 2015). Pertanto, sul versante sociale, la xenofobia, che si manifesta come tentativo di proteggere il Sé sociale da contaminazioni esterne, diventa ancora più pericolosa quando mascherata e coperta da una serie di modi di esprimersi e di vivere, a cui si aderisce acriticamente e che ne normalizzano la tendenza. Infatti, in tal modo, si respinge il reale e trasformativo impatto emotivo che l’estraneità e l’alterità produrrebbero tanto sull’individuo che sul corpo sociale; se ne limita, cioè, lo sviluppo, il progresso.

C’è una forza, quindi, che è sottesa allo straniero, che non può es sere negata né rimossa, ma può essere segregata, in forma cosciente o peggio ancora inconscia, in una zona di immoralità, di disumanità, di pericolosità. E, l’impatto con questa forza può essere “normoticamente normalizzato”, abbattendo la funzione critica del pensiero, e facendo leva sullo stesso meccanismo inconscio di esclusione-inclusione degli individui dalla comunità, per cui la xenofobia è rigettata dal punto di vista razionale e intellettuale, ma poi vissuta tranquillamente a livello pratico, senza riflessione, e svuotata di ogni riferimento emotivo (Young, 2021).

Bollas, C. (2015). La psicoanalisi nell’epoca dello smarrimento: sul ritorno dell’oppresso. Rivista di Psicoanalisi 61, 411-434.

Bollas, C. (2018). L’ombra dell’oggetto: Psicoanalisi del conosciuto non pensato. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Kristeva, J. (1989). Poteri dell’orrore: Saggio sull’abiezione. Torino: Einaudi.

Young, I. M. (2021). Abiezione e oppressione. Le radici inconsce del razzismo. Milano: Maltemi.

XENOFOBIA, ABIEZIONE E NORMOSI

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